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Capitolo

Capitolo Tre

Primo giorno

Paolo de Matteo adorava Angela, la sua nipotina di dieci anni, e gli piaceva viziarla comprandole ogni pomeriggio un gelato al pistacchio.
Pronti per il giretto quotidiano, Paolo e Angela uscirono a mezzogiorno dalla villa di famiglia sulle colline di Menaggio per andare a pranzare in riva al lago. Passeggiarono mano nella mano per Via Sonenga, una stradina stretta e tortuosa che si snodava in un quartiere di villette e palazzine, e poco distante da casa Angela si fermò al parco giochi dove i suoi amici, bambini e bambine del posto, giocavano a pallone e si divertivano con le altalene e gli scivoli.
Angela si sbracciò per salutarli, gridando: "Ciao a tutti!".
Gli amici risposero: "Ciao Angela, come va?"
"Tutto bene. Ciao!".
Lungo la strada, la bambina salutò una signora che stendeva la biancheria in cortile.
"Buongiorno, signora!", trillò.
"Ciao, Angela. Come stai?"
"Bene, grazie. Buona giornata!"
Nel sole di fine estate, le petunie e i gerani rossi, rosa e bianchi tracimavano rigogliosi dai vasi sui balconi e nei cortili. Cespugli di campanelle rampicanti ornavano le cancellate, e i rami dei limoni si flettevano verso terra, gravati dal peso dei frutti. Gli orti erano pieni di pomodori maturi, fagiolini, zucchine, melanzane e altre succose delizie che attendevano di essere colte. L’aria era intrisa dei profumi di basilico, origano e rosmarino che avrebbero arricchito l’aroma delle pietanze servite per cena.

Nel giardino di un’abitazione, i tralci delle viti spuntavano dalle travi della palizzata. Angela staccò un paio di acini e li gustò, mentre un rivolo di succo violaceo le rigava il mento.
"Mmm, quest’uva è buonissima!", disse al nonno. "Mi piace troppo!".
A qualche centinaio di metri da villa de Matteo, Via Sonenga confluiva in Via Monte Grappa, una via scoscesa che scendeva verso il centro di Menaggio. Giunti in fondo alla via, Angela e Paolo attraversarono la strada e costeggiarono la cinta muraria del castello medievale, godendosi la magnifica vista sulle acque azzurre del Lago di Como e le montagne all’orizzonte.

Scesero per la stretta scalinata in ciottoli fiancheggiata da palazzine dalle facciate in stucco e imboccarono Via Calvi, dirigendosi al loro bistrot preferito in Piazza Garibaldi. Si accomodarono all’aperto, a un tavolino riparato da un ombrellone, e furono accolti con grande cordialità dal cameriere venuto a prendere l’ordinazione. Paolo scelse il solito: un’insalata mista con gamberetti e un bicchiere di Sauvignon Blanc. Angela prese un panino al prosciutto e formaggio, un piatto di patatine fritte e una lemonsoda.
"Caspita, che caldo oggi!", disse Angela, sistemando il cappello floscio e la borsa da spiaggia su una sedia libera. La bambina indossava un cappello diverso ogni giorno; ne aveva moltissimi, tutti regalati dal nonno, che amava coprirla di regali.

"Non vedo l’ora di andare a fare il bagno. Ho appuntamento al lido con Caterina e Maria." "È il tuo ultimo giorno a Menaggio, tesoro", disse Paolo. "Ti dispiace che la vacanza sia finita?". "Sì, nonno. È stata la vacanza migliore del mondo! Mi piace stare qui. Tu e la nonna siete sempre tanto buoni con me."
"Hai portato il telo da bagno?".
"È qui dentro", rispose Angela, dando due colpetti alla borsa. "E tu hai portato il tuo libro?".
Paolo diede due colpetti al suo zaino. "Certo, lo porto sempre. L’ho quasi finito. Posso leggere e guardarti mentre fai il bagno."
"Il Lago di Como è posto migliore del mondo per fare il bagno! Non mi piace la piscina del nostro condominio a New York. È stretta e puzza di cloro. Si può solo fare qualche bracciata avanti e indietro. E non ci sono bambini. Una noia mortale! Invece fare il bagno al lago è divertente!" "Ah, è divertente di sicuro. Io ho imparato a nuotare in New Jersey, durante una vacanza in campeggio", disse, togliendo il cappello e gli occhiali da sole per asciugarsi il sudore dalla fronte. "Quand’ero piccolo non c’erano piscine a Brooklyn. E quindi non ho nuotato fino ai dodici anni. Invece tu nuoti già come un pesce, e hai solo dieci anni."
"A dicembre saranno undici"

Paolo si avvicinò per accarezzarle la mano. "Non dimenticherò mai quell’8 dicembre. Ero con tuo papà in ospedale, ad aspettare che venissi al mondo. Ti ho tenuto in braccio quando avevi solo un quarto d’ora di vita. Appena mi hai visto sei scoppiata a piangere. Ho pensato di non piacerti!". Angela aggrottò la fronte e i suoi occhi scuri assunsero un’espressione scherzosa: "Nonno, dici così ogni volta che racconti questa storia! Certo che mi piacevi! Solo che non ti conoscevo. Ero appena nata!".
Quando il cameriere servì il pranzo su grandi piatti di ceramica, Angela addentò il panino e leccò la mozzarella calda che traboccava dalle due fette di pane. "Mmm, quanto mi piace questo formaggio!", disse. "È da leccarsi i baffi".
Paolo sorseggiò il vino, assaporandone le delicate note fruttate. "E a me piace questo vino. Anche il Sauvignon è da leccarsi i baffi."

Angela ridacchiò. "Nonno, ma cosa dici? Non puoi paragonare il vino e il formaggio. Il vino non sa di buono. Il formaggio è slurpissimo!". Paolo rise di gusto, rallegrato dal brio della nipote. Lei era raggiante per aver scatenato la risata festosa del nonno, quell’allegro "oh.. oh… oh…" accompagnato da un’espressione gioconda che lo portava ad assomigliare a Babbo Natale.
In effetti Paolo era un po’ come Babbo Natale, ma in versione italica: più alto, ventre più asciutto, torace ampio, gambe lunghe e ciuffi di peli bianchi sulle braccia e sul petto. I capelli, un tempo lunghi e scuri, ora erano acconciati con cura da un barbiere di New York in modo da accentuare quelle striature grigie e bianche che evocavano l’idolatrato protagonista della Dolce Vita. Di certo, con la sua nipotina Paolo era generoso quanto Babbo Natale; la riempiva di regali, le teneva la mano nelle loro camminate e la accompagnava ogni giorno al lido per farle fare il bagno con le amiche.

Mentre sorseggiava la sua lemonsoda, Angela osservava i turisti che passeggiavano in piazza con magliette colorate, sandali e pantaloncini corti, fermandosi a valutare i menu esposti fuori dai bistrot e dalle trattorie. A poche centinaia di metri dal loro tavolino, i traghetti salpati da Menaggio si dirigevano verso Varenna o Bellagio, disegnando solchi a V sulle profonde acque azzurre. Lussuose ville protette da antiche cancellate punteggiavano le montagne che incorniciavano il lago. "Caspita, c’è un sacco di gente oggi in piazza", disse Angela, intingendo una patatina fritta nel ketchup prima di portarla alla bocca.

"È sempre così ad Agosto;Íž è il picco della stagione turistica", disse Paolo, accantonando le olive per gustarle alla fine del pranzo. "Alberghi pieni, code interminabili per i traghetti e pullman che arrivano tutti i giorni. Tra un mese sarà tutto finito e tornerà la quiete."
"Andiamo a prendere il gelato dopo il bagno?".
"Certo tesoro. Non possiamo tornare a casa senza gelato."
Dopo pranzo, Paolo e Angela lasciarono Piazza Garibaldi e passeggiarono lungo il molo, dove le onde sollevate dai traghetti si frangevano contro l’argine in pietra. Angela sminuzzò la mollica di pane avanzata dal pranzo per gettarla alle anatre che sguazzavano in acqua.

Il profumo delle pizze e dei piatti di pasta serviti nei ristoranti all’aperto si mischiava alla fragranza dei rosai che abbellivano il lungolago e all’odore acre sprigionato dal diesel dei traghetti. Paolo e Angela passarono davanti all’elegante Hotel Victoria, dove i valletti in livrea scaricavano voluminosi bagagli dai taxi e li sistemavano sui carrelli per portarli in albergo. Davanti al Victoria, le fronde delle palme ondeggiavano al vento accanto alle bandiere d’Italia, America, Regno Unito e Svizzera.

Proseguendo lungo il molo, la strada per il lido era scandita da parchi, caffè, giardini, ma l’elemento più vistoso era il Monumento alla Tessitrice di Menaggio, eretto per celebrare l’apporto del lavoro femminile alla rinomata sericoltura locale.
Appena arrivarono al Lido, Angela corse nello spogliatoio a mettersi il costume da bagno. Paolo prese una sdraio e un ombrellone con vista sul lago.

Sul prato erano schierate file e file di teli da bagno. Gruppi di bambini e ragazzi prendevano il sole, ridevano e civettavano, abbronzati e incuranti del mondo. Paolo aveva già iniziato a leggere quando Angela tornò di corsa dallo spogliatoio e lasciò la borsa accanto alla sdraio. "Ciao nonno, ci vediamo dopo!", disse, allontanandosi insieme a un’amica.

Il costume da bagno esaltava le lunghe gambe, le braccia sottili e il pancino abbronzato di Angela. La bambina volteggiava sul prato come una ballerina, senza quasi toccare il terreno con i piedi. Quando raggiunse la spiaggia insieme all’amica, le altre bambine saltarono in piedi e le abbracciarono, allegre e festanti come cuccioli. Poi si sedettero tutte insieme sui teli da bagno e si misero a osservare i ragazzini che si tuffavano dal trampolino, tra gli schiamazzi e gli spruzzi all’impatto con l'acqua.

"Eh, i bambini", pensò Paolo. Sono così spensierati e pieni di gioia…" Invidiava la loro giovane età, perché sapeva che nell'arco di pochi anni avrebbero incontrato problemi, delusioni e frustrazioni. "Godetevi questi anni felici. Ben presto la vita diventerà complicata anche per voi." Paolo notava compiaciuto che Angela somigliava moltissimo a Sylvia quando aveva la stessa età: una bellezza stupefacente, fisico slanciato, espressivi occhi scuri e lunghi capelli neri lucenti come seta. Angela sarebbe diventata uno splendore di donna, proprio come sua madre.
Il vino aveva indotto a Paolo un certo torpore. Posò il libro sul petto, tolse gli occhiali da sole e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dalle voci dei bambini, dalle sirene dei traghetti e dal suono della risacca.
Paolo amava le vacanze in famiglia sul Lago di Como, amava tornare alla terra d'origine dei suoi genitori. Non appena aveva guadagnato il primo milione di dollari a Wall Street, aveva comprato una villetta a Menaggio, e poi l'aveva venduta per acquistare la lussuosa villa a tre piani con il grande giardino privato, la cantina per il vino e la terrazza con vista sul lago.

Dopo quarant'anni nel mondo della finanza, Paolo era uno dei dirigenti più pagati nella sua banca d'investimento. Ma era stanco di lavorare ogni giorno fino a tardi, di presenziare a riunioni interminabili e condurre una vita all'insegna dello stress. Non vedeva l'ora di andare in pensione per trascorrere più tempo a Menaggio e dedicarsi ai suoi hobby preferiti: l'acquarello e il collezionismo di arte e antiquariato.
Quella giornata aveva un sapore agrodolce per lui. A cena avrebbe festeggiato il suo sessantaseiesimo compleanno con tutta la sua famiglia. Ma l'indomani Angela, Sylvia e Cole sarebbero partiti per Milano, per poi trascorrere qualche giorno a Parigi prima di rientrare a New York.

I compleanni e le partenze erano momenti tristi per Paolo. I compleanni scandivano lo scorrere del tempo, e lui non sapeva quanti anni gli sarebbero rimasti per godersi la sua famiglia. E le partenze implicavano una separazione dai suoi cari. Lui e sua moglie Harriet sarebbero rimasti da soli, condizione sempre meno gradita con l'avanzare della vecchiaia e il deteriorarsi della salute. Da lì a pochi giorni Harriet, affetta da sclerosi multipla, aveva un appuntamento con uno specialista per valutare l'aggravarsi della malattia. E Paolo aveva già fissato un controllo per le conseguenze dell'operazione al cuore che aveva subito due anni prima, quando gli avevano praticato un quadruplo bypass.

Per di più, Paolo era preoccupato per l'imminente matrimonio di Sylvia e Cole. Si erano conosciuti a una festa di capodanno, si erano fidanzati a giugno e si sarebbero sposati a ottobre. Stava accadendo tutto troppo in fretta.
Sylvia era divorziata da cinque anni. Anche Cole era divorziato, e aveva un figlio preadolescente che viveva a Chicago con la madre. Essendo cattolico e conservatore, Paolo non vedeva di buon occhio il divorzio per tutti i problemi e le complicazioni che causava alle famiglie, specialmente ai bambini. Come nel caso di Angela.
Mentre si assopiva, le preoccupazioni per la sua salute e la sua famiglia riaffiorarono come facevano ogni notte. Troppe situazioni sfuggivano al suo controllo. E Paolo amava il controllo.